Quanti miliardi rischia di bruciare l’industria oil&gas se continuerà ad investire nelle fossili

Le grandi società dell’energia rischiano di perdere un fiume di denaro in pochi anni, che il nuovo studio di Carbon Tracker ha stimato in 1.600 miliardi di dollari, nella peggiore delle ipotesi per i colossi mondiali dell’industria fossile.

 

L’organizzazione indipendente, basata a Londra, torna così a parlare di stranded asset (il significato letterale è “beni incagliati”), con l’ultimo di una serie di rapporti che indagano le opportunità e i pericoli finanziari della transizione energetica verso le fonti rinnovabili.

 

Gli analisti, per la prima volta, hanno confrontato tre diversi scenari sull’evoluzione delle politiche ambientali e delle conseguenti riduzioni di gas-serra, tutti elaborati dalla IEA (International Energy Agency).

 

Ognuno corrisponde a un differente livello di probabile surriscaldamento terrestre.

 

Si va da un massimo di +2,7 gradi centigradi per il New Policies Scenario (NPS), che considera le misure salva-clima già messe in campo dai singoli governi, a un minimo di +1,75 gradi per il Beyond 2 Degrees Scenario (B2DS), allineato con l’obiettivo di limitare l’aumento delle temperature medie “ben sotto” 2 gradi entro la fine del secolo, come sancito a Parigi nel 2015.

 

In mezzo ai due c’è il Sustainable Development Scenario (SDS), che prevede di contenere il global warming a +2 gradi nel 2100, in confronto ai valori dell’età preindustriale.

 

L’economia globale, evidenzia Carbon Tracker, ha preso una certa direzione, troppo orientata ai combustibili fossili e che molto probabilmente causerà un surriscaldamento di quasi 3 gradi. Ma cosa potrebbe accadere alle multinazionali di carbone, gas e petrolio, se ci sarà una svolta nelle politiche per combattere il cambiamento climatico?

 

Se le aziende continueranno a investire massicciamente nelle risorse energetiche più inquinanti, chiariscono gli esperti londinesi, metteranno a rischio una fetta molto ampia dei loro capitali entro il 2025, perché le infrastrutture realizzate diventeranno inutili - stranded asset per l’appunto - in un eventuale scenario in sintonia con i traguardi parigini.

 

D’altronde, sono sempre di più le istituzioni finanziarie che hanno deciso di limitare o azzerare gli investimenti nei settori tradizionali dell’energia, tra le ultime ad esempio troviamo Lloyd’s e la Banca Mondiale.

 

Il petrolio è il business più rischioso in un futuro mix energetico planetario a basse emissioni di CO2, perché la domanda di oro nero sarà in calo, rendendo antieconomici molti giacimenti nelle sabbie bituminose canadesi, nei pozzi di shale oil negli Stati Uniti e nell’Artico.

 

Le imprese, secondo Carbon Tracker, potrebbero sprecare 1.300 miliardi di dollari, per sviluppare progetti di estrazione petrolifera che poi si riveleranno fuori scala, rispetto ai bisogni dello scenario B2DS.

 

Infine, circa 62 miliardi di $ di futuri investimenti nel carbone sono a rischio, per motivi analoghi: inutilità di nuove miniere e nuovi impianti termoelettrici, in uno scenario energetico che punta con decisione a ridurre le emissioni di anidride carbonica.

 

Tutto questo non significa che sarà un Game Over per gli investimenti nelle fonti fossili. Anche nello scenario più de-carbonizzato dei tre considerati, le imprese dovranno spendere centinaia di miliardi di dollari per mantenere le infrastrutture esistenti degli idrocarburi e costruirne di nuove.

 

Tuttavia, la transizione energetica richiederà di valutare con molta attenzione e tempestività il cosiddetto “carbon risk”, scegliendo solo i progetti meno costosi e più remunerativi.

 

BP, nel suo ultimo rapporto, ha ammesso che il picco della produzione petrolifera è più vicino grazie alle stime in aumento sulle vendite di auto elettriche; mentre l’amministratore delegato di Shell, Ben van Beurden, al summit CERAWeek di Houston ha spiegato che i giganti del petrolio dovranno variare le loro strategie d’investimento, incorporando quote crescenti di rinnovabili, se vorranno sopravvivere. 

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